Al Festival Le Città Visibili lo spettacolo “La Sirenetta”. Perché tutti in fondo abbiamo una “coda”

Al Festival Le Città Visibili lo spettacolo “La Sirenetta”. Perché tutti in fondo abbiamo una “coda”

«Schieratevi. Schieratevi, maledizione, non voltate lo sguardo, non fate finta che la cosa non vi riguardi. Vi riguarda, ci riguarda forse più che agli altri. A noi che siamo artisti, intellettuali, creativi, lettori appassionati, amanti delle cose belle create dall’infinito ingegno dell’uomo, riguarda più che agli altri quello che invece di brutto sbrodoliamo, quel sottoprodotto acre e feroce dell’ignoranza».

Urlare.

Parte così questo caldissimo luglio, con un verbo imperativo che scuote e rimbomba, con un editoriale che ci chiede un atto di coraggio.

Urlare.

E nella testa continua a comparire questo verbo all’infinito che non mi mi è mai piaciuto ma che mi rendo conto sia necessario, soprattutto quando fuori il frastuono è assordante, quando attorno il frastuono è assordante, quando nessuno ti ascolta, nessuno ti sente, nessuno ci fa caso a quel silenzio dentro che pesa come un’incudine.

Urlare.

E allora bisognerebbe farlo, bisognerebbe urlare, ma non le cose brutte, non le cose violente, non le cattiverie. Bisognerebbe urlare la bellezza, bisognerebbe urlare l’amore, bisognerebbe urlare i diritti, il coraggio.

Urlare.

E se la voce non esce bisognerebbe usare altro, dobbiamo usare altro! che alla fine la voce la alzano tutti e nel frastuono si perde. Allora diamola al nostro corpo la voce, che è potente, è rumoroso, è una cassaforte piena di bellezza, una bomba pronta a esplodere.

Urlare.

È questo quello che Giacomo Ferraù e la Compagnia Eco di fondo, attraverso La Sirenetta, faranno giovedì 25 luglio. La Sirenetta nasce da un percorso di ricerca che vede le fiabe associate ai più importanti temi di attualità. In questo caso la fiaba è quella di Andersen e racconta di un essere marino che pur di sentirsi accettato rinuncia alla sua coda, la cosa che più lo rappresenta e lo rende unico.

Eco di Fondo, con potente e disarmante delicatezza, trasforma la fiaba e la fa diventare metafora dell’identità sessuale. Una storia che salva, e che dovrebbe essere urlata ovunque, appunto.

 

Intervista a cura di Gloria Perosin

 

Giacomo Ferraù, regista, attore, drammaturgo, fondatore, insieme a Giulia Viana, direttore artistico e segretario della compagnia Eco di Fondo. Chi altro sei oltre a tutto questo e cos’è Eco di fondo?

Spiegare cosa sia Eco di fondo per me è cosa piuttosto ardua. Potrei dire “un sogno” ma negherei la concretezza delle decine di ore giornaliere di fatica per tenerlo in vita da parte di tutti i suoi componenti. Potrei allora dire un bambino da crescere con cura, ma in questo modo negherei che spesso è Eco di fondo a darmi forza nei momenti di sconforto.

Potrei dire allora un progetto di vita, un gioco, una risata, una casa che ogni tanto voglio lasciare perché quando torno è ancora più bello. Potrei dire la forma dell’uomo che desidero diventare oppure un’ancora di salvezza per dimostrare a me stesso che insieme si è forti e da soli non si va da nessuna parte.Forse tutte queste cose insieme, ecco.

Eco di fondo è una Compagnia famiglia che negli ultimi dieci anni ci ha permesso spesso di dare forma ai nostri sogni, di crescere, di continuare a studiare, di essere curiosi ma soprattutto di continuare a entrare in mondi nuovi che altrimenti non avremmo mai scoperto.

L’insegnamento, le regie liriche, viaggiare all’estero con i propri spettacoli, abbiamo avuto tante soddisfazioni e ovviamente tante piccole crisi, ma abbiamo avuto sempre la fortuna, anche nei momenti difficili, di sostenerci a vicenda come una famiglia appunto. Ecco perché, nonostante io abbia un percorso artistico piuttosto articolato fuori dalla mia compagnia, mi viene comunque difficile rintracciare il mio percorso artistico senza pensare ad Eco. So che a tutti i miei compagni accade lo stesso.

Dall’incontro con Giulia in accademia fino all’arrivo di Giuliano, Libero, Elisa, Andrea, Valentina, Riccardo e Riccardo, Simon e dovrei fare ancora una quantità incredibile di nomi.

Ed ecco.

Forse alla fine di questo lungo ragionamento ti direi che Eco di fondo è tutte le persone che non farei in tempo a scrivere, il loro cuore, ogni singolo secondo che hanno dedicato ad Eco come artisti , collaboratori, pubblico. Come tutti gli esseri umani mostrano le tracce delle persone che li hanno attraversati, così credo che Eco di fondo sia alla fin fine la somma delle anime diversissime e bellissime che lo hanno attraversato.

 

La Sirenetta tocca temi tanto delicati quanto importanti, come e da dove nasce questo spettacolo? Dove ci conduce?

Lo spettacolo nasce dalle lettere di ragazzi adolescenti che hanno scelto di togliersi la vita perché non si sentivano accettati per la loro identità sessuale. Attraverso il filtro della fiaba di Andersen (decisamente più cruda della edulcorata versione di Walt Disney) lo spettatore compie un viaggio nella vita di un bambino, poi adolescente, che nasce con una coda che gli adulti fanno finta di non vedere, ignorandola.

La Sirenetta è il racconto di un IO lirico a più voci, il pubblico accompagnato dalle immagini oniriche che fluiscono in scena si immerge nelle riflessioni solitarie e infine nel grido di aiuto di uno di questi tantissimi ragazzi che non sono riusciti a reggere il terribile peso della discriminazione.

Pensiamo che in fondo tutti noi abbiamo una “coda” che ci rende differenti gli uni dagli altri e per questo unici. Non è mai possibile rinunciare alla propria coda per amore di nessuno né perdere la voce, smettere di affermare chi si è in ogni momento della propria vita.

Questo in fondo insegna la fiaba di Andersen.

Come contraltare comico per raccontare le contraddizioni e le assurdità della società odierna, il mondo di giocattoli del ragazzino.

Qui una inflessibile Barbie chiedi aiuto ad un’assemblea di giocattoli per capire come agire se il suo Ken va controfabbrica e va mano nella mano a lume di abat-jour con un orsacchiotto di peluche.

 

Il 27 ottobre del 1981 Alberto Sinigaglia, in una puntata di Vent’anni al Duemila, intervistava Italo Calvino e gli chiedeva tre chiavi, tre talismani per il Duemila. Calvino rispondeva «imparare molte poesie a memoria per ripeterle anche da anziani e farsi compagnia, fare calcoli complicati a mano per rimanere concreti, ricorare che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all’altro».

Come risponderesti oggi a questa domanda? Come risponderei?

Risponderei sicuramente male rispetto a Calvino, dato che hai toccato uno dei miei totem letterari, però ci provo

1) solo un uomo che ha memoria è un uomo libero. Quando l’uomo comincia a dimenticare le tragedie del passato ecco che vengono a ripetersi in nuove forme. Sicuramente, come in alcune tradizioni antiche, il futuro è alle nostre spalle perché non possiamo guardarlo, mentre il passato è di fronte a noi per essere analizzato e compreso .

2) concordo pienamente non potrei che dirlo con le sue stesse parole. È importante ricordarsi sempre che tutto ciò che abbiamo conquistato ci può essere tolto da un momento all’altro.

3) lascio parlare Seneca che riesce a dirlo un pò meglio di me.

 

Estremamente breve e travagliata è la vita di coloro che dimenticano il passato, trascurano il presente, ma soprattutto coloro che temono il futuro: giunti al momento estremo, tardi comprendono di essere stati occupati tanto tempo senza concludere nulla

C’è un istante in cui tutti noi siamo uguali e indefiniti,

Senza distinzione di sesso e di genere. è da qui che parte tutto.

In questo momento pronuncio i miei confini.

Testa, braccia e coda.

 Tre confini come le tre chiavi di Calvino. Certi confini sono vitali quando si parla di amor proprio. La Sirenetta parla di un’adolescente che rinuncia alla sua essenza nel disperato tentativo di essere accettata e amata. Quali sono tre confini-chiave che bisognerebbe mantenere?  

Tre parole chiave per chiunque sia passibile di discriminazione mi chiedi.

La prima. C’è un meraviglioso libro di Dan Savage and Terry Miller tradotto in italiano “le cose cambiano” è un libro illuminante. Sono lettere di uomini e donne che sono stati da adolescenti discriminati per l’orientamento sessuale o per questioni legate all’identità di genere. Queste lettere sono rivolte agli adolescenti che oggi nel mondo pensano di non sopportare il peso di quella discriminazione e pensano di farla finita, porgono loro parole di speranza, ma anche di sfida, spronandoli a capire che se avranno la forza di resistere e di chiedere aiuto alle persone a loro vicine, quando cresceranno, tutto quello che ora sembra un dolore infinito diventerà nuova energia ed infinita bellezza!

La seconda. Chi odia avrà sempre voglia di sfogarsi indicando la coda degli altri, ma questo non deve portare ad isolarsi. Bisogna ricordarsi che la libertà non significa vivere raminghi, rifuggendo le regole del mondo, ma impiegare tutte le proprie energie per non perdere la speranza nel fatto che le persone destinate ad amarci sono lì sul nostro cammino. Quelle che ci odiano prima o poi le lasceremo sempre alle spalle. Le persone preziose trovate nel percorso saranno poche ma varranno mille volte i cretini che ti hanno puntato il dito contro.

La terza. Amarsi con tutte le proprie forze ed essere onesti con se stessi e di conseguenza con gli altri. Mettersi a nudo di fronte agli altri costa fatica, perché è doloroso, ma è un atto d’amore infinito, perché solo in questo modo permetteremo a qualcuno di amarci davvero.

 

Tutti abbiamo la coda.

Con una voglia matta di urlare che esce da ogni centimetro del corpo, vi aspettiamo giovedì 25 luglio alle 21:30 all’ex macello, sempre in via Dario Campana 71, sempre con Le Città Visibili.

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