Appoggio le valigie dopo quattro intense ore di viaggio verso Rimini. Dalla finestra entra una leggera brezza e la musica che accompagna l’aperitivo di vicini. Sfogliando il volantino del Festival, mi fermo sulla pagina della serata..”24 Luglio, lo spettacolo di Laura Pozone ‘Dita di Dama’”.

Giorni prima avevo letto la presentazione dell’opera. Una trasposizione teatrale dell’omonimo libro di Chiara Ingrao, che porta in scena il coraggio e la forza femminile nel mondo del lavoro. Sullo sfondo c’è la lotta per i diritti, gli scioperi e le proteste destinate a cambiare il volto dell’Italia nei turbolenti anni Settanta…

Sì sì questo già lo sappiamo direte voi. Tutti, o quasi, avete letto il programma del Festival, giusto?
Però prima di biciclettare fino all’Ex Macello di Rimini per godervi l’evento,
Non siete curiosi di sapere qualcosa in più sullo spettacolo?
Vi piacerebbe conoscere meglio l’attrice protagonista?

Allora leggete l’intervista rilasciata da Laura Pozone al social media Team de Le Città Visibili 


Laura Pozone, che personaggio interpreti nell’opera teatrale?
Nello spettacolo in realtà interpreto 14 personaggi. Si parte da Maria, la vera protagonista, che appena diciottenne viene mandata a lavorare in fabbrica. Durante l’autunno caldo. Ma poi ci sono i genitori, l’amica del cuore Francesca, le altre operaie, il padrone…e sono sempre io!

Come è nata l’idea di questo spettacolo? Conoscevi già Chiara Ingrao e il libro “Dita di Dama?
No, Non di persona. Ho scoperto il libro ascoltando un’intervista radiofonica a Chiara Ingrao e ad alcune operaie che l’autrice aveva intervistato a suo tempo. Mi ha incuriosita ed ho subito comprato il romanzo. Ho capito immediatamente che era una storia importante e che mi sarebbe piaciuto portarla in teatro. Per qualche anno il libro è stato sul comodino: lo leggevo, lo rileggevo, poi mi sono fatta coraggio ed ho scritto a Chiara parlandole del mio desiderio di farne un adattamento teatrale. Mi ha dato fiducia, pur non conoscendomi, poi pian piano è partita tutta la macchina.

C’e qualcosa di originale nella trasposizione teatrale rispetto al libro?
Ho curato l’adattamento e la regia insieme a Massimiliano Loizzi. Il suo è stato un aiuto fondamentale. Sotto suo suggerimento è infatti nata la figura di una narratrice, che nel romanzo non c’è, che ha il ruolo di guidare il pubblico nella storia, di riportare alcuni avvenimenti all’oggi e solo alla fine scopriamo chi è e perché sta raccontato di una vicenda apparentemente lontana. Questa figura ed il finale sono totalmente diversi dal romanzo. Devo dire che Chiara è stata fin da subito molto disponibile e mi ha lasciato molta libertà di azione…

Da quanto tempo porti in scena l’opera? C’è una data che ti ha emozionato particolarmente?
Lo spettacolo ha debuttato a Maggio 2017 al Teatro della Cooperativa di Milano che lo ha anche co-prodotto insieme ad Aparte ali per l’arte. Quindi è poco più di un anno. Date emozionanti ci sono state. Sicuramente la Prima milanese con Chiara in prima fila. Una roba da far tremare le ginocchia. Poi una serata nell’anfiteatro di Lenola, il paese dove è nato Pietro Ingrao. Ho fatto tante repliche anche nell’ambiente sindacale (per la Filcams e per lo SPI) e con loro ogni volta a fine replica c’era una restituzione magnifica. Testimonianze, ricordi, aneddoti…mi hanno davvero arricchita molto.

Come lo descriveresti in 3 aggettivi?
Necessario (perché è importante parlare di questi temi, sono sempre attuali)
Divertente (perché nel romanzo c’è una grandissima ironia e l’ho mantenuta nel testo teatrale, è anche il mio stile, forse per questo ho amato così tanto il romanzo, non c’è mai retorica ma leggerezza. Di solito quando si parla di quegli anni –dal 68 agli anni di piombo- si parla sempre di terrorismo e morti, invece come ci tiene a sottolineare Chiara Ingrao in quegli anni si rideva, e pure tanto!)
poi non so: intelligente? Bellissimo? Imperdibile?

Qual è il rapporto che lega le sei ragazze di cui si parla nella storia?
Il loro è un rapporto di crescita, di solidarietà. Un cammino condiviso. Sono tutte operaie nella stessa fabbrica, nello stesso reparto. Ma sono diversissime tra loro. C’è Paolona, quella più navigata perché è lì già da due anni, che mette in guardia Maria. C’è Maria Assunta che la guida e le insegna a lavorare. C’è la Roscetta, una compagna che ha lasciato gli studi per servire il popolo. C’è Nina, una borgatara che lavora perché mantiene l’intera famiglia e si ammazza di cottimo e straordinari. All’inizio è una crumira, alla fine sarà la prima a fare sciopero e a pretendere dignità, sfiderà il padrone…però tutte sono legate dalla stessa spinta e forza.
Tra l’altro molte delle operaie di cui si parla nella storia ci sono ancora, vivono e lottano insieme a noi, hanno visto lo spettacolo. Elisa Cancellieri (che ha ispirato il personaggio di Maria) è una delle mie più grandi sostenitrici!

Quanto di attuale c’e nella storia di Maria e dell’Italia degli anni 70’?

Pensi che le emozioni e le difficoltà di quelle ragazze possono essere condivise da quelle delle donne che si affacciano al lavoro oggi?
E’ tutto molto attuale. Un errore che non si deve fare è pensare che queste storie siano “cosa vecchia, superata”. Non è un argomento per nostalgici. Nello spettacolo si parla di DIGNITÀ’, LAVORO, DIRITTI. Come possono non essere attuali questi valori? Lo vediamo ancora oggi con i morti sul lavoro, il continuo dibattito sui voucher, le storie che raccontano la dura vita dei precari. Maria rappresenta le ragazze di oggi, le loro paure e le loro preoccupazioni, ma anche la loro forza e la loro voglia di riscatto. E’ un testo di formazione: racconta la storia di una ragazzina timida che nell’arco di due anni diventa una donna.
Qual è il vero messaggio che desideri lanciare a tutte le donne portando in scena quest’opera?Di restare unite e uniti. Di pensare al NOI, non solo a se stessi.
Qui si parla di Amicizia, rispetto, solidarietà, gentilezza. Valori per me fondamentali.

Nel tuo percorso professionale, quale incontro è stato fondamentale?Beh sicuramente l’incontro con Chiara Ingrao lo considero una delle mie più grandi fortune. E’ una persona meravigliosa.
Poi da ogni esperienza lavorativa cerco di trarne il meglio. Con Dario Fo ho capito il rigore ed il rispetto per tutte le maestranze. Teneva in grandissima considerazione anche l’ultimo tecnico che passava sul palco. Paolo Rossi, Maestro di improvvisazione, dello stare in scena e del rapporto col pubblico.
Poi Leo Muscato col quale lavoro da diversi anni.

Le “Dita di dama” approda al festival in un anno di grandi cambiamenti. Che sensazioni ti suscita recitare in uno spazio molto lontano dall’idea di Teatro?
Amo fare gli spettacoli in spazi anche non teatrali. Mi sembra di avvicinarmi ancora di più al pubblico. Il mio poi è sicuramente un teatro popolare e mi piace molto l’idea di raccontare le mie storie in spazi “off”. Il teatro è di tutti e per tutti. La cultura deve essere accessibile a tutti.